Sono in Italia, tornato a Lodi ieri sera per qualche giorno, dopo ormai alcuni mesi di assenza. Sul volo da Francoforte a Linate, leggendo il Corriere, mi sono imbattuto in un articoletto dove Beppe Severgnini, parlando degli italiani all'estero, dice:
Confesso d'aver sviluppato, nel tempo, una certa ammirazione per questi connazionali che hanno saputo mettersi in gioco. Non occorre occuparsi di crimini contro l'umanità; e l'espatrio, in sé, non è un eroismo: con una laurea in legge, è forse più dura salire le scale di un tribunale di provincia, e mettersi in attesa in un corridoio. Ma partire, spesso, aiuta a capire cos'abbiamo dentro. Un mattino bisogna chiuder la valigia e andare in aeroporto; rinunciando al cappuccino nel bar sotto casa, ed è vita anche quella.
Non sono tutti Conrad, gli Italians che incontro nel mondo. Ma in faccia, quasi sempre, gli leggo l'ansia sconfitta e l'eccitazione della vita diversa. L'Italia è bella, ma immobile. Sembra di vivere sempre lo stesso giorno, come Bill Murray in "Ricomincio da capo" (Groundhog Day). Lo scandalo sessuale, il ministro inquieto, il magistrato accusato, il Cavaliere in diretta telefonica, il Pd che cerca un'anima e un leader: da 15 anni, siamo sempre lì. Intanto il mondo corre, e qualcuno – età giusta, spirito adatto – decide di saltare a bordo.
Appena sceso dall'aereo, a Linate trovo bagni malmessi e maleodoranti, e i soliti tassisti (abusivi?) che tentano di accalappiarti all'uscita. No, non sentivo proprio nessuna nostalgia dell'Italia. E ormai, da fuori, non mi arrabbio più. E penso sia un bene, alla fin fine.