ottobre 2005

La sicurezza è forma mentis

Dice Bruce Schneier in un'intervista:

Security is a mindset, and the best security experts come by the profession naturally. They constantly go about the world looking at how to get around security: how to vote twice, how to shoplift, how to sneak in and out. They probably won't do any of these things, but they're always thinking about them.

Condivido: penso che la sicurezza sia innanzitutto una "forma mentis", e anche per questo molti non la capiscono.

Chi ha voluto l'Italia in guerra?

Berlusconi ha dichiarato di essere sempre stato contrario alla guerra in Iraq. Infatti ricordiamo tutti la bandiera della pace che sventolava dal balcone di Arcore.

Parole sante

Il segretario socialista Boselli propone di inserire nel programma dell'Unione il tema della rigorosa laicità della Repubblica, e in questo quadro propone di superare il concordato tra lo Stato e la Chiesa Cattolica. Dice Boselli (il testo proviene dal Corriere di oggi):

Il Concordato ha fallito il suo obiettivo fondamentale, cioè risolvere la questione vaticana. Oggi ci ritroviamo con una religione di Stato, finanziata come tale, e con le gerarchie d'Oltretevere che svolgono un ruolo politico, intervenendo sulle leggi che il Parlamento sta approvando. [...] Siamo un paese democratico, ognuno può dire quel che crede. Ma che ci sia una libera Chiesa in un libero Stato: il Vaticano deve rinunciare ai privilegi del Concordato. [...] [a proposito della scuola] Se la Cei vuole finanziamenti per le strutture cattoliche, rinunci allora ai mille miliardi che lo Stato le versa per l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.

Oggi Prodi ha dichiarato che la questione non è all'ordine del giorno. Politicamente lo capisco, aprire quel tema creerebbe grane non indifferenti alla coalizione di centrosinistra... Lo capisco, ma ciò non toglie che quelle di Boselli siano secondo me parole sante. E mi mette tristezza il fatto che un argomento del genere nel nostro Paese non si possa affrontare, trovo veramente deprimente l'impossibilità di avere uno Stato davvero laico (no, da noi Zapatero non verrebbe eletto). E per altro, vorrei proprio vederla la Chiesa Cattolica a rinunciare ai privilegi...

Stampanti che fanno la spia

L'EFF ha scoperto e decodificato una traccia invisibile che molte stampanti laser a colori lasciano sui documenti, e che permette di identificare data e ora di stampa e numero di serie della stampante. Il codice, formato da una sequenza di puntini gialli non visibili in condizioni normali, pare essere stato inserito su richiesta dei servizi segreti americani. La notizia è stata ripresa anche da Bruce Schneier e da Punto Informatico. Chissà che ne pensa il Garante della Privacy...

Chi comanda?

Leggo in un'intervista a Milena Gabanelli (la giornalista che conduce Report, uno dei pochi programmi per cui valga la pena di accendere la TV, che riprende stasera su RaiTre):

I politici passano, le aziende no, e se si tratta di grossi inserzionisti pubblicitari possono ricattare la Rai. Per noi è stato più facile parlare del terrorismo degli Stati Uniti che delle truffe legate all'olio d'oliva.

Penso sia il caso di riflettere su chi detenga il maggior potere nella nostra società, se i governi eletti dai cittadini (e che ai cittadini devono rispondere del loro operato) oppure i consigli di amministrazione di grosse società che rispondono invece a tutt'altre logiche. A questo proposito consiglio di vedere il film-documentario The Corporation, pubblicato in Italia su DVD da Feltrinelli.

Meno diritti per i lavoratori in Australia?

Sia il Corriere che la Repubblica riportano una notizia inquietante dall'Australia:

Per la prima volta da anni il diritto di sciopero in un Paese del mondo occidentale potrebbe smettere di esistere. Tra breve infatti in Australia scioperare potrà essere considerato illegale, i piccoli imprenditori potranno licenziare senza incorrere in penalità, e le grandi imprese potranno citare i sindacati per danni, portandoli in tribunale con relativa facilità.

Se le cose stanno così mi domando: secoli di lotta per la tutela di chi lavora si buttano nella spazzatura come roba vecchia? Sull'altare del dio mercato si sacrificano importanti diritti faticosamente conquistati? Ma dove stiamo andando?

1984 prossimo venturo?

Qualche settimana fa, leggendo su Punto Informatico l'articolo di Marco Calamari Punta su Cassandra Crossing il treno TCPA/Palladium pensavo: immagine efficace, forse un po' troppo allarmistico, ma sostanzialmente niente di nuovo per quelli (pochi) che hanno già sentito parlare dell'argomento. Non so se è un caso, ma dopo aver letto notizie come (giusto per citarne qualcuna) Flag antipirateria: è necessario, Windows Vista, e se il monitor non funziona? e L'Europa lucchetterà la Tv? mi domando se non stiano effettivamente per "saldare i finestrini"...

Il cosiddetto "trusted computing" viene "venduto" come la soluzione finale al problema di virus e affini, purtroppo è però qualcosa di potenzialmente molto pericoloso per l'impatto che può avere sulle libertà digitali (e non solo digitali). Un po' come dicevo in un altro post citando il professor Rodotà: uno stato autoritario può garantire la sicurezza quotidiana dei cittadini meglio di una democrazia, ma il prezzo che si deve pagare per questo, cioè la libertà, è intollerabile. Fare in modo che programmi non "approvati" non possano essere eseguiti può risolvere alcuni problemi di sicurezza, ma se a doverli approvare è qualche entità non ben identificata a cui dovrei delegare il diritto di decidere quale software posso utilizzare sul mio PC, allora la cosa diventa inacettabile.

Purtroppo questi temi sono pressoché incomunicabili all'utente comune, che quindi non si rende conto dei rischi a cui va incontro. Anche perché in molti casi si tratta di ambiti "nuovi", per cui è più facile che ci si ponga in maniera meno critica: se ti tolgo libertà consolidate a proposito dell'uso che puoi fare di un libro che hai regolarmente acquistato (ad esempio ti vieto di prestarlo ad un amico) la cosa ti suona male, se però faccio la stessa cosa a proposito di un e-book, che è percepito come un oggetto "nuovo", questa sensazione è molto più debole ed è più facile che la cosa venga accettata senza troppe resistenze. Penso che l'unica cosa da fare sia parlarne, ma oltre alla difficoltà intrinseca dell'argomento ci si scontra con la forza della lobby che c'è dall'altra parte... A volte comincio a sentirmi come uno degli "uomini libro" di Fahrenheit 451...

A parte le classiche FAQ di Ross Anderson sull'argomento, consiglio la visione di un piccolo filmato, molto ben fatto: Trusted Computing - An animated short, di cui esiste anche una versione doppiata in italiano a cura del gruppo no1984.org (gruppo a cui rimando per approfondimenti sul tema).

Notifica errore

Faccio parte del LUG di Lodi (LUG significa Linux Users Group), e ne amministro la mailing list. Oggi mi è arrivata una notifica di disabilitazione automatica di un'iscrizione. La cosa è di per sè abbastanza comune: accade ad esempio quando l'utente non utilizza più l'account di posta con cui si è iscritto alla lista, per cui la casella si riempie e vengono rifiutati nuovi messaggi, oppure è stata cancellata.

Questa volta però è diverso. L'indirizzo disabilitato è cem@..., dove cem sta per Ciro Eugenio Milani.

Non posso certo dire che lo conoscevo: mailing list del LUG a parte (dove non era comunque molto assiduo), l'ho incontrato una sola volta, una sera in pizzeria in cui si era reso protagonista di un episodio divertente. Un giorno di quasi tre mesi fa ho letto su Punto Informatico della sua storia, senza sapere di chi si trattasse. Ero già rimasto molto scosso dalla lettura del suo blog, ma lo ero stato ancora di più quando, qualche giorno dopo, l'avevo collegato a quella persona conosciuta quella sera, di cui non sapevo il cognome. Ora questa notifica di errore, che suona quasi come un epitaffio, me l'ha riportato alla mente, insieme con un confuso senso di inquietudine e inadeguatezza. Addio, Ciro.

Il 12

Il vecchio servizio "12" di Telecom Italia è andato in pensione, e in questi giorni stiamo subendo il diluvio pubblicitario dei nuovi servizi che l'hanno sostituito (uno ancora di Telecom Italia, altri di altre società). Uno pensa: va bene, è la concorrenza. Sembra però che i nuovi servizi siano ben più costosi del loro predecessore. E allora uno si domanda: ma a chi vanno i benefici di questa concorrenza? E poi: capisco che il costo sia diverso perché c'è un operatore a rispondermi (il 12 però aveva anche il risponditore automatico...), ma perché io utente dovrei pagare 3 euro o più per un servizio che sul Web è disponibile gratuitamente? È vero che ci possono essere situazioni "di emergenza" in cui ho a disposizione un telefono ma non una connessione alla Rete; in generale però mi sembra un problema di digital divide: l'utente smaliziato e avvezzo ad Internet ottiene le informazioni gratis, mentre l'analfabeta tecnologico (cioè la maggior parte della popolazione) le paga a caro prezzo e, quel che è peggio, ben più care di quanto le pagava prima.

Intervista su privacy e libertà

Segnalo un bel libro, uscito qualche mese fa: Stefano Rodotà (a cura di Paolo Conti) - Intervista su privacy e libertà - Laterza, 10 euro.

In questo libro-intervista il professor Rodotà, che per otto anni è stato Presidente dell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali, affronta il concetto di privacy e il suo rapporto con la libertà, dalle origini borghesi all'arrivo in Italia (con il ritardo della sinistra a comprenderne l'importanza come libertà fondamentale) fino alle conseguenze dell'11 settembre, dalle implicazioni nella vita quotidiana a quelle dettate dalle nuove tecnologie (che configurano un "corpo elettronico" da tutelare analogamente al "corpo fisico").

Un estratto, sul tema del rapporto tra privacy, libertà e sicurezza:

D: Ti sottopongo un quesito ormai classico e frequentissimo, in questi anni. È giusto o no rinunciare a porzioni di libertà per permettere la lotta al terrorismo?

R: Conosco tutti gli argomenti utilizzati per giustificare le legislazioni dettate dall'emergenza. Cioè quando la difesa dei diritti, e quindi della libertà, per alcuni diventa un lusso superfluo. Io ero in Parlamento negli anni di piombo. E chi difendeva le garanzie era indicato come un fiancheggiatore dei terroristi. [...] In quel momento, e per un lungo periodo, in Italia cambiò la percezione della libertà. Di fatto si disse: il fermo di polizia, la perquisizione di abitazioni per blocchi di edifici si possono fare. E nella media la gente fu d'accordo. [...] In simili casi può cominciare un processo di mitridatizzazione: a piccole e progressive dosi, si abbassa la soglia di percezione della tua libertà. Ricordo una frase pronunciata dal re di Spagna, Juan Carlos, dopo l'atroce strage di Madrid, che riprendeva una formula che ci viene dalla grande tradizione americana, purtroppo smarrita dall'attuale amministrazione degli Stati Uniti: i mali della democrazia si curano rispettando le regole della democrazia. Condivido senza riserve. E aggiungo che molte misure restrittive sono al tempo stesso inutili e pericolose. Sono pericolose perché favoriscono la regressione culturale e permettono limitazioni di diritti in casi che con il terrorismo non hanno niente a che fare.

Un regime totalitario, come dice più avanti lo stesso Rodotà, può garantire una maggiore sicurezza quotidiana rispetto ad una democrazia, ma il prezzo che si paga è la mancanza della libertà. Libertà per la quale vale la pena di correre il rischio della democrazia.

Riporto la conclusione del libro:

Senza una forte tutela delle loro informazioni, le persone rischiano sempre di più d'essere discriminate per le loro opinioni, credenze religiose, condizioni di salute: la privacy si presenta così come un elemento fondamentale della "società dell'eguaglianza". Senza una forte tutela dei dati riguardanti i loro rapporti con le istituzioni o l'appartenenza a partiti, sindacati, associazioni, movimenti, i cittadini rischiano d'essere esclusi dai processi democratici: così la privacy diventa una condizione essenziale per essere inclusi nella "società della partecipazione". Senza una forte tutela del "corpo elettronico", dell'insieme delle informazioni raccolte sul nostro conto, la stessa libertà personale è in pericolo e si rafforzano le spinte verso la costruzione di una società della sorveglianza, della classificazione, della selezione sociale: diventa così evidente che la privacy è uno strumento necessario per salvaguardare la "società della libertà". Senza una resistenza continua alle microviolazioni, ai controlli continui, capillari, oppressivi o invisibili che invadono la stessa vita quotidiana, ci ritroviamo nudi e deboli di fronte a poteri pubblici e privati: la privacy si specifica così come una componente ineliminabile della "società della dignità".

Il libro è breve (150 pagine) e di agile lettura, con molti riferimenti a fatti ed esempi concreti; lo consiglio a tutti.